Mario Brunello protagonista degli ultimi due incontri della stagione musicale dello “Squero”

Da una triste storia a un concerto all’interno di “Tartini 2020” per ricordare i 250 anni dalla scomparsa di Giuseppe Tartini.  Di Giovanni Greto 

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Il violoncellista Mario Brunello allo "Squero".

Doppio appuntamento con Mario Brunello all’isola di San Giorgio per la stagione musicale dello “Squero”. Nel primo, una pagina triste della storia legata alle persecuzioni del popolo ebraico, il musicologo, voce mitica di Radio 3, Guido Barbieri, ha parlato del raccontoLa corda rotta”, costruito su fonti sicure, dopo la prima tre anni orsono ad Antiruggine, il capannone di Castelfranco Veneto gestito dallo stesso Brunello, chiuso da poco, nel quale avevano luogo interessanti incontri musicali, ma non solo.

Prima del racconto, Barbieri ha ricordato la figura di un compositore polacco, Mieczyslaw Weinberg (1919 – 1996), il quale dovette fuggire due volte dai nazisti, dapprima a Minsk, in seguito a Tashkent, in Uzbekistan. La sua riscoperta si deve a Gidon Kremer, mentre Sviatoslav Richter e Mstislav Rostropovich, furono due tra i suoi grandi ammiratori.

Durante la narrazione, Mario Brunello ha eseguito sei pezzi, tra i quali un estratto dalla “prima sonata per violoncello solo” di Weinberg, basata su temi ebraici della tradizione polacca, l’Andante dalla “Sonata prima in do maggiore”, di Beethoven e un pezzo tradizionale folclorico suonato e ben modulato col fischio da parte del violoncellista.

Il 16 ottobre del 1944 dal ghetto o campo di concentramento di Theresienstadt o Terezin, partì un treno carico di poeti, musicisti, scrittori, talenti di ogni genere, diretto ad Auschwitz. Il 17 ottobre una straordinaria generazione di artisti europei scompare, sterminata nelle camere a gas. Tra loro un violoncellista di Praga, che prima di essere deportato nel ghetto di Terezin, per salvare il suo amato strumento, lo smonta accuratamente e lo riduce ad un cumulo di legno e ferro e una volta arrivato a destinazione lo ricostruisce pezzo per pezzo fino a farlo tornare a vivere. E le corde rotte dopo mesi di silenzio in qualche maniera riprendono a suonare.

L’ultimo concerto era inserito in “Tartini 2020”, un progetto partito il 7 settembre dall’Università di Padova, dedicato alla valorizzazione della figura di Giuseppe Tartini, nato a Pirano, cittadina allora appartenente alla Serenissima Repubblica di Venezia, nel 1692, morto a Padova nel 1770, per celebrare i 250 anni dalla scomparsa.

Mario Brunello ha proposto un programma interessante con opere di compositori poco conosciuti, legati al celebre violinista, come Antonio Vandini, che ne fu anche il primo biografo (Bologna 1690 – 1778), Francisco Andrea Caporale (? – Londra, 1746) e Giuseppe Valentini (Firenze 1651 – Roma, 1753), oltre al più rinomato Luigi Boccherini (Lucca, 1743 – Madrid, 1805).

Si parte dall’“Arte dell’arco”, una raccolta di 38 variazioni su una Gavotta di Arcangelo Corelli , pubblicata nel 1758 e citata come opera fondamentale per la tecnica dell’arco in quasi tutti i trattati del ’700.

Il violoncello piccolo è ovviamente in primo piano, con momenti di solismo, rallentamenti, con figurazioni melodiche, accelerazioni improvvise, rimbalzi con l’archetto sulle corde; in sottofondo, il clavicembalo e l’organo a baule (“Truhen Organ”, secondo il lemma originale tedesco), entrambi padroneggiati dal solido e sensibile Roberto Loreggian; duetti interessanti si intrecciano tra Piccolo e violoncello, suonato dall’attento Francesco Galligioni, spesso con funzioni di stimolo e controcanto.

Si prosegue con l’“Allettamento op. 8 n.10”, sempre per violoncello piccolo e basso continuo di Giuseppe Valentini. La raccolta, data alle stampe nel 1714, si intitola “Allettamenti per camera a violino, e violoncello, o cembalo, op. VIII”, ed è dedicata a Decio degli Onofri, patrizio di Foligno, suo allievo per il violino. Mario Brunello, nel programma di sala stilato per una data successiva a quella veneziana, scrive che “Valentini, virtuoso del violino, scrive gli Allettamenti senza una precisa destinazione strumentale, offrendo così la possibilità di eseguire opere del repertorio violinistico al violoncello piccolo, strumento molto diffuso all’epoca e ai numerosi violoncellisti della scuola italiana che usavano questo strumento”. Quella tipica sonorità amorosa , a tratti struggente, ha fatto capolino nella “Sonata IV in Re minore”, del virtuoso di violoncello piccolo, probabilmente napoletano, Francisco Andrea Caporale “finito alla corte di Haendel a Londra e dal quale ricevette numerosi ‘soli’ proprio per il suo strumento”. Due sonate a violino solo e basso continuo sono trascritte per il Piccolo, che, specie nella seconda, si ritaglia parecchi episodi in completa solitudine. Sono, continua Brunello, “un probabile omaggio di Tartini alle opere per violino solo così diffuse nel mondo germanico, Bach in primis”.

Di Antonio Vandini – virtuoso di violoncello piccolo a 5 corde, menzionato in alcuni documenti padovani come suonatore di viola o di violoto, probabilmente perché egli teneva l’archetto del suo violoncello alla stessa maniera dei suonatori di viola, e che dal 9 giugno 1721 fu nominato primo violoncellista alla Basilica del Santo di Padova e fu attivo anche come maestro di violoncello all’Ospedale della Pietà di Venezia – il quartetto ha interpretato la “Sonata n. 2” per violoncello e basso continuo. Nella “Sonata G 12” sempre per piccolo e basso continuo, di Luigi Boccherini, il liutista Ivano Zanenghi, ha suonato una chitarra romantica, risalente al 1825.

Maestosa, a tratti dall’andamento saltellante, quasi a rappresentare una divisione di soldati che si accingono alla battaglia, con sospensioni e ripartenze con accelerazioni sempre più intense, la “Pastorale” di Tartini ha aperto la seconda parte del concerto. Due i bis concessi, entrambi di Tartini, da un Mario Brunello sorridente, felice di suonare questo repertorio e dei suoi bravi colleghi con i quali si è  spesso complimentato. Il primo, simile ad una tarantella, è un Allegro da una Sonata per violotta. La seconda scelta, “visto che abbiamo l’accompagnamento delle onde”, afferma Brunello, è il movimento “Grave” dal concerto in Re maggiore di Tartini.

Applausi prolungati e complimenti al costruttore del “Piccolo” il bresciano Filippo Fasser, che si è ispirato ad uno strumento a 5 corde dei fratelli Amati e ha utilizzato i consueti legni di abete rosso e di acero. Una sonorità squillante che si è espansa per l’intero auditorium.

La stagione 2020 inizierà a febbraio con il Quartetto di Venezia e avrà come novità due appuntamenti “Squero Jazz” con due pianisti: l’americano Uri Caine e l’italiano Danilo Rea.

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